Lo spot della pesca, e dei pescati

Nella rete delle emozioni cascano un po’ tutti.

Permettetemi di dire cosa ne penso dello spot della pesca, della pesca succosa, della bambina triste e dei genitori separati, di cui praticamente tutti parlano; da adesso, quindi, me compreso.
Beh, che ci crediate o meno, fino a pochi istanti prima di scrivere questo articolo, non l’avevo visto!
Sapete, miei cari bimbi sperduti nella Penisola che purtroppo c’è, vivo nell’era di internet, come anche voi immagino ma, come pochi di voi, da anni il mio apparecchio tv è scollegato da qualsiasi antenna e sistema che decodifichi segnali digitali misteriosi.
Già, niente antenna, niente palinsesti imposti dalle emittenti.

Pago regolare abbonamento per vedere ciò che più mi aggrada grazie a linea internet e modem – come e quando mi pare, cioè molto poco -, accendo e spengo senza vincoli di orari e, soprattutto, mi sono liberato dagli spot pubblicitari di massa, a parte qualche fugace spottino che scappa sempre, all’inizio o alla fine di alcuni programmi, ma che posso saltare schiacciando un bottoncino.
È bello, sapete, comodo; non uccido il cinema perché quando posso ci vado lo stesso (uno che ama il cinema come me, e ne ha uno a due minuti a piedi da casa, figuriamoci se preferisce il divano), oltretutto sono un amante dei dvd originali, quindi spengo sul nascere la polemica sulla piattaforma digitale brutta e cattiva.

Evito di massacrarmi di serie tv – che, francamente parlando, a giudicare dalle poche cose che ho provato a vedere, per lo più trovo ridicole, infantili, violente, ripetitive oltre che inutili dal punto di vista del messaggio artistico ed umano -, di tanto in tanto guardo cartoons della mia infanzia con mia figlia, se ne trovo di simpatici e validi, e mi godo qualche documentario di scienza e sociologia attuale, roba che mi piace tanto insomma.
Parliamo di una, o due ore in un giorno, boh, forse meno. Molte volte zero, perché la mia è una famiglia atipica.

Quando voglio, mi basta schiacciare il tasto “Home” per tornare ad una schermata con tante possibilità a cui accedere, anche le dirette, certo, oppure il nulla, fine delle trasmissioni, niente pubblicità ripetitive.
Tv ferma sulla Home, con qualche immagine – non spot, ma film e cartoni – che scorre in alto.

Ed ecco, ecco cosa penso dello spot della pesca, della pesca succosa, della bambina triste e dei genitori separati: che è un esperimento sociale, come tanti altri, per capire quanti ancora si lasciano guidare ciecamente, e fino a che punto restano coinvolti emotivamente, da due fattori chiave che determinano l’andamento della politica e dell’economia nel mondo: la televisione ed il marketing.
Il fenomeno è talmente galoppante, che girano mail personali con articoli pre-confezionati da pubblicare sui blog con tanto di foto (sic!), il web è inondato di commenti pro e contro l’uso della bimba o della situazione emozionale di una famiglia separata a scopi politici – “eh, si sa, certe aziende del Nord sono vicine a certi partiti di maggioranza con certe idee sulla famiglia tradizionale” “eh si sa, i bimbi soffrono le separazioni, è normale vedere una bambina fare di tutto per riunire i genitori” – ma credo che il rischio di tutto questo sia la perdita della coscienza.

Il pensiero personale, intimo, proprio, che ci fa riflettere anche per un solo istante su quanto possa incidere un semplice spot pubblicitario sull’andamento della nostra vita quotidiana, sull’economia mondiale, sui problemi sociali o sull’avvicinamento della galassia Andromeda alla Via Lattea.

Niente, nulla.
Sappiatelo: quella pesca nella nostra vita non conta una cippa di niente.

Uno spot pubblicitario serve solo a spiegare che dovete alzare il culo dal divano dove siete obbligati a guardare programmi tv ormai svuotati di ogni logica, per recarvi in luoghi strambi e machiavellici, studiati tanto nei minimi dettagli da confondervi le idee, e suscitare in voi ogni istinto primordiale pur di non stimolare l’area del cervello dedita alla logica – sì, parlo dei supermercati – da acquistare una cosa, una qualsiasi cosa, di cui solo un istante prima di vedere quello stesso spot non avevate minimamente bisogno.

Si chiama bisogno indotto, lo sapevate?
Ah, non preoccupatevi se una volta entrati in quel labirinto rumoroso e colorato, carico di stress nell’aria e voglia di litigare, convinti di acquistare quella favolosa cosa di cui avevate un incredibile nuovo bisogno, vi siete trovati alle casse con tutt’altro nel carrello, ma solo all’uscita ve ne siete resi conto.
Capita, una dimenticanza.
Certo.
A voi sembra così, proprio una dimenticanza, ma sappiate che altri studiano il layout di quel labirinto proprio in base a quella prevedibilissima dimenticanza.
Se il Nobel per l’economia nel 2002 è stato assegnato ad uno psicologo ed un economista (Daniel Kahneman, professore di psicologia alla Princeton University; Vernon Smith, docente della George Mason University), che hanno dimostrato quanto le scelte economiche siano poco razionali, un motivo ci sarà.
Leggete QUI un interessante articolo su Kahneman

Daniel Kahneman, professore di psicologia alla Princeton University

Così, tutto rientra in quel “capita”.

Capita di essere fidelizzati attraverso carte vantaggi, quindi anche profilati e, magari, di volta in volta la spesa fatta venga registrata, poi opportunamente elaborata da intelligenze artificiali che capiscono quali siano le vostre preferenze alimentari, e non solo quelle alimentari, perché al supermercato, lo sapete, oggi trovate di tutto un po’, chissà perché.
Eh, capita.
(Leggi questo interessante documento del Garante della Privacy, sul “Prolungamento dei tempi di conservazione dei dati personali dei clienti per un utilizzo a fini di profilazione e di promozione commerciale profilata” che riguarda una famosa catena di supermercati).

Capita che se sei uno che raccoglie punti o sottoscrive più carte vantaggi, il tuo profilo si completa molto più facilmente, e il tuo carattere risulta ben più delineato. Magari, rientri in uno standard definito da altre migliaia di persone, e nemmeno lo sai.
Capita.

Sapere da dove vieni, qual è il tuo sesso, che lavoro fai, conoscere i tuoi dati personali e, ovviamente, incrociare queste belle informazioni con ciò che acquisti, che rappresenta il tuo stile familiare, fa di te un libro aperto. Magari, capita che nel casino del supermercato, mettendo le crocette nei punti sbagliati, finisci per autorizzare l’uso di questi dati in modo improprio, e tutto finisce su internet.
Capita.

Come guadagnano i social spiegato in The Social Dilemma | Netflix Italia

Capita anche che tutto ciò che passa in TV venga sondato a poche ore di distanza, anzi in tempo reale, sui social, grazie a numeri incalcolabili di messaggi e commenti dedicati a questo o quel prodotto acquistato, provato, o visto in un video realizzato da persone che guadagnano per fare pubblicità. Lavoro onestissimo, fare pubblicità, se mentre si fa lo si dice chiaramente, e lo si mette ben in evidenza (soprattutto quando si tratta di giochi e prodotti per bambini).
Capita che una mole impressionante di dati è lì, a portata di mano non solo dei venditori di pesche, ma anche di questo o quel governatore, che vuole capire cosa può fare per deviare le coscienze e l’informazione pubblica, magari cavalcando l’onda di uno spot ben riuscito, se questo è stato realizzato con arte.

Vi state chiedendo come faccio a giudicare se uno spot è o no realizzato ad arte?
Beh, se non si rivolge alla parte raziocinante dell’acquirente (le nostre pesche vengono coltivate così, raccolte così, lavate così, distribuite così e cosà…), ma punta dritto alla parte emotiva (una delle nostre pesche viene usata da una bimba molto triste che vuole far rappacificare i genitori separati), direi che merita molti, molti applausi; se perfino i presidenti del consiglio ne difendono i contenuti (se siete arrivati fin qui, potete cercarvi le dichiarazioni di Giorgia Meloni altrove, io evito di trascriverle, ma sappiate che si è scomodata per difendere la pubblicità della pesca dagli ‘attacchi della rete‘), direi che un premio speciale a fine anno non lo può negare nessuno.

Dunque, siete ancora convinti che sia una buona idea commentare sui social ciò che vedete in tv, oppure vi è venuto il lieve sospetto che così facendo finite nel solito immenso pentolone elettorale?
Soprattutto, davvero vi fidate delle pubblicità?

Chissà, forse le prossime pesche succose, le bambine tristi e i genitori separati promossi da un venditore di pesche della grande distribuzione organizzata (GDO), susciteranno in voi meno empatia, perché nel frattempo avrete compreso quanta malizia c’è nel marketing, e soprattutto di chi è il gioco che fate lasciando il vostro commento sincero ovunque nel mare magnum dell’internet.

Come sempre, un abbraccio.

Spot pesca versione AttoreZen
spot pesca versione attorezen

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