Indiana Jones e Oppenheimer: ricordi d’infanzia e disillusione galoppante.

Il cinema moderno è ancora capace di far sognare? AVVERTIMENTO: Le mie recensioni sono molto, molto diverse da quelle che girano nel web…

Torno a casa a piedi, in pochi minuti, con pensieri da mettere a fuoco e sensazioni abbastanza precise. Sono decisamente fortunato, perché il cinema è a pochi passi; due sale gestite da un’associazione a conduzione familiare, che tiene con cura un gioiello centenario, e che io vado a trovare con piacere, quando sento il richiamo dell’arte spazio-tempo-visiva.
Questa sera, più dell’arte, il richiamo è stato quello della nostalgia, anzi, dell’infanzia; la locandina di Indiana Jones e il quadrante del destino giganteggiava ormai da un mese sul marciapiede antistante gli ingressi del cinema, e comunicava direttamente al mio emisfero cerebrale destro, che – in combutta con l’ippocampo – non ha fatto altro che creare aspettative scavando nei ricordi.

Già, i ricordi.

Immagini e sensazioni impalpabili, che nulla hanno a che fare con la razionalità; al ricordo sono associate sensazioni registrate nel momento in cui esso stesso s’è creato, stimoli e circuiti neurali opportunamente selezionati dalla nostra corteccia che, quindi, tramuta un qualsiasi evento reale in un bel film, una sceneggiatura – quindi – in continua trasformazione.
Siamo spettatori inconsapevoli della nostra vita, e meno diamo importanza agli avvenimenti che accadono, più i ricordi sbiadiscono, per trasformarsi in nebulose diapositive.

I film che guardiamo al cinema o alla tv, invece… beh, quelli ovviamente rimangono, e tanto più colpiscono le nostre emozioni, tanto più aspettiamo di rivederli, a costo di impararne scene, musiche e battute a memoria.
Quello che ci sfugge è che, se ci concentriamo moltissimo guardando un film, e ci emozioniamo, stiamo anche registrando tutto ciò che accade intorno: profumi, colori, situazioni spazio-temporali, voci.

Leggi qui un documento del Dipartimento di Psicologia
dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanitelli

LA MEMORIA

Ecco, ecco perché sentire la galoppante colonna sonora di Indiana Jones composta dal virtuoso Sir John Towner Williams (per inciso, lo stesso che ha composto le colonne sonore di Superman the Movie, Lo squalo, Jurassic Park, E.T. l’extraterrestre, Hook Capitan Uncino, Incontri ravvicinati del terzo tipo etc…) mi rimanda, in meno di un istante, alla velocità che solo le sinapsi della corteccia cerebrale sanno raggiungere, ai miei sei anni, e poi agli otto, quando di sera davano Indie su Canale 5.
Dopo la presentazione accurata di una sorridente e luminosa Fiorella Pierobon, che già mi faceva pregustare l’avventura, e dopo l’interminabile pubblicità, ecco che il mondo così come lo conoscevo non esisteva più: inseguimenti, trappole mortali, scazzottate, reperti preziosissimi, rituali sinistri dal sapore fanatico-religioso, labirinti e, ovviamente, frustate.

Ogni dettaglio, ogni rumore, ogni singola ombra era così ben studiata dall’incredibile regia, che per me non si trattava più di vedere un film, ma di trasferirmi in un’altra dimensione, quella vera, quella del Professor Jones, un distinto e virtuosissimo professore di archeologia che fa battere i cuori delle sue allieve mentre parla dei tumuli di Turkdean, tanto impostato ed integerrimo in ambienti accademici quanto scatenato e sprezzante del pericolo se si tratta di rischiare fra gli scavi di Tanis, invasa da un gruppo di nazisti.

Così, un’innocente pellicola cinematografica, mi rendeva felice, se pur per una manciata di minuti, perché mi sentivo eroe anche io, studioso anche io, coraggioso anch’io.
Ancora ricordo, e non me ne vergogno di certo, di quando puntualmente, dopo aver visto un qualsiasi episodio di Indiana Jones, giravo per casa picchiettando pavimenti e muri, nella speranza di trovare chissà quali mattonelle removibili a nasconder mappe segrete – appunto – o segni inequivocabili di vecchi passaggi segreti.

Tornando dalla visione di “Indiana Jones e il quadrante del destino”, invece, è accaduto che la realtà ha preso, con dovuta veemenza, il sopravvento; la disillusione, la vita, la lucidità forse, ed il mio cammino verso l’illuminazione, non mi hanno permesso di cercare segni nascosti da decifrare dietro gli angoli dei palazzi, o vie nascoste (alla vista degli altri) nelle quali potermi imboccare per ritrovarmi chissà dove.
Non ho neanche perso un solo istante per cercare su internet l’oggetto argomento del film (tranquilli, evito di farvi anticipazioni, digerisco male il genere di recensione pregno di rivelazioni, figuriamoci se la faccio io), perché semplicemente sono rimasto refrattario ad ogni emozione gratuita o scontata.
Forse, e dico forse, oltre alla mia crescita personale, sarà che Indi è passato nelle mani – questo sì, l’ho cercato su internet – della Walt Disney, casa produttrice di sogni preconfezionati senza logica ne’ credibilità, buoni solo per il franchising; sarà anche che, per la prima volta, il regista della saga non è Steven Spielberg e la differenza, con buona pace per James Mangold, s’è sentita tutta.

Sarà anche che, fra (in)decisioni varie su sceneggiatura e regia, e lavorazione, a realizzare ‘sto film hanno impiegato 5 anni (le riprese de I Predatori dell’Arca perduta sono durate 73 giorni). Saranno questi i motivi, ma la visione di questo film mi ha lasciato un grande punto interrogativo: dove?

Dov’è finita la magia, la sottile ironia, l’intelligenza, il sarcasmo, l’aura di mistero e di imprevedibilità di Indiana Jones?

Sapete dove sono finiti, secondo me?
Nella tv vuota, nei telefilm spazzatura, nei cartoni animati agitati e convulsi senza un filo logico, nella sovrabbondanza di CGI (Computer-generated imagery), nelle abilità scolastiche degli studenti americani (primi utenti della major di Topolinia) in declino.
Tutto questo ha concretizzato il mio peggior incubo: l’artista che si adatta al suo pubblico, anziché esprimere la propria arte per ciò che è.
Quindi, crescendo e diventando un uomo, mi sveglio da un torpore infantile e mi rendo conto di cos’è il mondo che cambia grazie alla qualità pessima dei film che mi tocca vedere al cinema, di tanto in tanto; perché i produttori, i registi, gli attori, gli sceneggiatori e tutti, insomma, quelli che sono responsabili di un’opera cinematografica sembra che vogliano stare al passo coi tempi, adattando il contenuto dell’opera, l’idea, alla forma, e la forma di questi tempi è la velocità, l’immediatezza, la mancanza d’ironia, di conoscenza in senso lato.

Cinema come reels e dialoghi fatti di emoticon, insomma; con le moltissime eccezioni del caso, s’intende, ma se qualcuno mi pagasse per farlo, passerei tutte le sere della mia vita al cinema, e guarderei tutti i film esistenti.

Un film dedicato alla biografia di Oppenheimer, per esempio, di ben 180 minuti (cronometrati dal sottoscritto, non letti su Wikipedia), è un’impresa titanica; il virtuoso Christopher Nolan è un regista abituato a dilatare i tempi delle sue opere, e fare uso abbondante di colonne sonore che stordiscono, un po’ per evitare spiacevoli ed improvvisi attacchi di sonno agli spettatori super concentrati a non perdere tratti di una trama oramai perduta fra i meandri dei dialoghi incomprensibili e di scene che si mangiano fili logici come cavallette impazzite.

OPPENHEIMER (2023) Trailer ITA #2 del Film di Christopher Nolan

Certo, divulgare nozioni di Storia e Fisica quantistica tenendo per scontato che il pubblico abbia nel proprio bagaglio culturale un minimo livello di conoscenza di entrambe, è scelta piuttosto ardua, ma soprattutto dimostra l’amore e la fiducia illimitate che Nolan prova verso l’attuale generazione; ciononostante registi come Oliver Stone riescono a fare proprio questo: prendono una storia e la divulgano al grande pubblico partendo dal presupposto che nessuno ne sappia nulla, rendendola chiara, forte, semplice da capire, cruda.
In una parola: vera.

Beh, a proposito di Oppenheimer, porterei gli allievi dei miei vecchi corsi di teatro a vederlo, per fare un resoconto sulle vagonate di cliché, paradossi e stereotipi che sono stati rappresentati sullo schermo in quella pellicola; ve l’ho già scritto, non anticiperò nulla, trovo ingiusto rivelare le trame a chi ancora deve vedere il film, andate al cinema e poi ditemi che ne pensate.
Ciò che trovo incredibile è l’assoluta mancanza di realtà e vibrazione attoriale emanata dai personaggi che ho personalmente subìto per 180 minuti; primo fra tutti, proprio il protagonista, il semplice, inespressivo e polare Cillian Murphy-Oppenheimer, stretto in una morsa fra attrici ed attori che gli urlano in faccia, lo seducono e lo trattano come una pezza. Lui quasi immutabile, direi perfino enigmatico.
Avete presente la domanda: hey, ci sei o ci fai?

Sembra non dare peso al ruolo assegnatogli, quello del Fisico che ha condotto il progetto Manhattan, colui che ha coordinato il lavoro di altri Fisici per la realizzazione della Bomba Atomica detonata a Los Alamos, avete presente il prototipo utilizzato il 16 Luglio 1945 come esperimento primo, per realizzare ulteriori armi atomiche contro l’allora nemico (dell’America) giapponese? Non proprio il petardo di per la festa di capodanno.

Oppenheimer versione Cillian Murphy è assente, stralunato, inebetito, incapace di intendere (e di volere, in più di una scena), non manifesta emozioni, trattiene tutto dentro sé, come una specie di visionario; attenzione, il quadro è ben delineato, sullo schermo, ma è perfetto per rappresentare un serial killer, o una persona alienata da sé.
Leggo dalla Biografia della rubrica “Vita da genio”, a cura di Chiara Oppedisano (LEGGI QUI) che

Julius Robert Oppenheimer è Elegante, geniale e acuto, di lui il generale Groves, con il quale condivise la direzione del progetto Manhattan, disse: «È un genio, con il quale si può parlare di qualsiasi cosa e comprende subito … tranne che di sport, di quello non capisce nulla!».

e poi…

È un ragazzo sveglio, molto bravo a scuola e dotato di mente eclettica: appassionato di poesia e filosofia orientale, come di chimica e fisica. Imparò sei lingue, tra cui il sanscrito lingua nella quale leggeva i testi delle filosofie orientali.

Va beh, forse son troppo severo col povero Cillian, forse lavorare con il regista di Batman Begin non è la cosa più facile del mondo, non lo so, ma di sicuro il nostro avrebbe potuto imparare dal bravo Robert Dooney Jr, che credo abbia centrato il sentimento che tiene in vita il suo personaggio, un misto di rabbia ed invidia abbastanza palese.

Tutti, però, dentro il cast di Oppenheimer (glisso sulla ridicola macchietta dedicata ad Einstein, per il bene del lettore) compresa una poco credibile Emily Blunt, e un Matt Damon più cowboy che generale, partito spietato come Jack Nicholson in Codice d’Onore e arrivato alla fine del film tenero come un marshmallow, hanno avuto la possibilità di imparare da un collega speciale, un gigante della recitazione che, delle tre ore, si è accaparrato un cammeo di pochi minuti: Gary Oldman.

Gary Oldman, che non sbaglia un’interpretazione, dà il senso a tutto il film, spiega con poche parole, ma soprattutto con pochi, potentissimi gesti – ancora una volta, non anticipo nulla – che i Fisici servono solo a raggiungere l’obiettivo dei militari, poi, possono essere gettati come spazzatura, e la storia non è fatta di etica, ma di armi.

E chi ce l’ha più potente, semplicemente, vince.

Gary Oldman, ha da insegnare la posatezza (beh, certo, anche le esplosioni di energia vitale, oltre la posatezza, sono il suo marchio di qualità…), lo studio del personaggio, il senso dell’attore.

Actors Against Acting Athletes with Gary Oldman (Attori contro atleti che recitano con Gary Oldman)

Già, ma… con tutto il mio articolo, che c’entra?

Che sono tornato a casa, dopo aver visto sia Indiana Jones e il quadrante del destino che Oppenheimer con l’amaro in bocca; un senso di vuoto, una strana, indecifrabile insoddisfazione, un lieve fastidio dovuto ad un bombardamento – ops, scusate – subìto da parole, parole e parole, musiche assordanti e scene da montaggi frenetici, che mi hanno lasciato… cosa?
Sicuramente, non la voglia di rivedere queste due opere così tante volte da impararne a memoria le battute.
Cosa m’è rimasto, dunque?

Forse, solo la voglia di scrivere questo articolo 😉

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