Storie Zen di Roberto D’Izzia: “Un pacchetto di cracker”

Sofia sentiva di voler approfondire il suo interesse per le filosofie indiane e, dopo aver studiato da autodidatta per quasi tre anni, si imbatté in un corso di buddhismo; ne aveva sempre sentito parlare, ma spesso in modo confuso e, soprattutto, poco coerente con le informazioni che le capitava di trovare su varie fonti.
Seguì con divertita apprensione le prime lezioni pur faticando a mantenere la concentrazione, un po’ per stanchezza fisica, un po’ per mancanza di abitudine a restare ferma ad ascoltare qualcuno – viveva inconsapevolmente giornate frenetiche, da anni – e, soprattutto, per il continuo affiorare di nuovi, numerosissimi pensieri che le sembrava impossibile trattenere.
Una sera, però, la sua attenzione venne catturata dalla parola vacuità, che di tanto in tanto il maestro pronunciava senza troppa enfasi, di sfuggita, quasi a descrivere qualcosa con cui chiunque ha a che fare quotidianamente. Osservava di nascosto i suoi compagni di corso, attonita, e vedeva che molti di loro accennavano a delle conferme muovendo delicatamente la testa ed elargendo sorrisi sornioni, come se tutti lì dentro – tranne lei – sapessero di cosa si stesse parlando e, soprattutto, avessero compreso profondamente l’argomento.
Provò un profondo senso di vergogna.
Anziché fare domande a fine lezione, quella sera tenette per sé i dubbi.
Cominciò, però, a fare ricerche per conto proprio; leggeva su internet ogni informazione possibile, guardava decine di video sul tema, e si spinse anche a comprare dei libri dettagliati.
Studiava, e non trovava risposte.
Passava il tempo, e Sofia si abbandonava allo sconforto; adesso i suoi pensieri, anziché dissolversi, si erano perfino moltiplicati: e se fosse tutta una presa in giro? E se mi stessero solo rubando dei soldi? Forse sono una stupida, per questo tutti capiscono tranne me. Certo, loro avranno di sicuro fatto altri corsi, prima di questo, oppure sono lì da un sacco di anni. E allora come faccio a capire qual è il corso giusto, o a trovare le informazioni corrette per me? Se lo dico al maestro, quello mi ride in faccia. Sto sprecando il mio tempo. Come al solito.
E via così.

Un giorno, mentre giocava con Gaia, energica figlia di quasi due anni, si era soffermata ad ascoltare un video sul buddhismo, dal telefono; non aveva ben capito chi fosse la persona che stava parlando, ma le piaceva la voce amichevole con cui esprimeva i concetti.
Ed ecco che, ad un certo punto della spiegazione, il simpatico oratore aveva cominciato a dire che tutti i fenomeni ordinari sono vuoti di una esistenza autonoma, sono composti e nascono da cause e condizioni, sono impermanenti ed esistono in funzione di come noi alimentiamo la nostra mente, e troppo spesso – anzi, probabilmente di continuo – ci lasciamo trasportare dalle apparenze, non ricercando queste cause, per tale motivo commettiamo l’errore di dare un valore assoluto alla realtà così com’è, vivendo un’illusione.
«Vedete» diceva, «per questo motivo qualcuno, in passato, ha cominciato a parlare di vacuità».
Sofia scosse la testa, sorridendo, perché più quella persona parlava, più la vacuità le pareva il solito mantra, già sentito mille volte, ripetuto nello stesso identico modo per stordire l’uditorio, senza dire nulla di concreto da applicare alla vita di tutti i giorni.

Mentre elaborava questa considerazione, distrattamente passò una confezione singola di cracker ancora chiusa alla piccola Gaia, che si stava divertendo con i mattoncini per le costruzioni; con sua sorpresa, la bambina prese la confezione, e la usò per completare una primordiale composizione architettonica. Le mancava giusto un pezzo lungo per realizzare una sorta di tettoia; anche se quel “pezzo” finale non andava ad incastrarsi con gli altri, riusciva a svolgere la sua funzione, e sopra vi pose anche dei piccoli uccellini colorati.
Gaia continuava a giocare come nulla fosse, fino a quando il pacchetto di cracker non perse l’equilibrio e cadde; la bambina si irritò per qualche istante, poi decise si usare altri mattoncini per creare il suo tetto.
Sofia osservò l’intera scena, e rimase impietrita; adesso, una cascata di pensieri – tutti focalizzati sullo stesso oggetto – inondava la sua mente.
La figlia aveva preso quel pacchetto dalle sue mani per quello che è, non per quello che convenzionalmente è conosciuto, perché non sa cosa sono i cracker, quindi con mente pura stava partecipando del suo qui ed ora: le mancava un pezzo orizzontale, e lo ha trovato. Senza pensieri. Per lei quello non era un pacchetto di cracker.
Non ne conosce la provenienza, le sue componenti (confezione di plastica, cracker, singoli ingredienti dei cracker, composizione chimica della plastica), non sa quali cause lo hanno portato ad essere lì in quel momento (sono andati i genitori a comprarlo, pagando con soldi guadagnati al lavoro, e sullo scaffale del negozio quel pacchetto è arrivato dopo una lunga storia), insomma: dell’esistenza e del perché di quel pacchetto non ne conosce le cause e le condizioni, perciò lo ha confuso con altro.
E quando è caduto?
Chiaro, la bambina si è arrabbiata, perché non poteva immaginare che l’equilibrio è soggetto a variazione, è impermanente!
Sofia immaginò di essere al posto di sua figlia; io so che quelli sono cracker solo per abitudine, ma… per quanto tempo lo saranno? Da dove viene quella plastica? E quella farina, l’acqua, il sale… e cosa so del viaggio che ha fatto per essere trasportato il pacchetto, di tutte le persone che hanno lavorato per far sì che io possa averne beneficio?
Insomma – pensava Sofia – è impermanente, non ne conosco la causa né le condizioni, è composto…
“quello non è un pacchetto di cracker!” esclamò sorridente la mamma, mentre una lacrima le bagnò il viso; sapeva bene che nel mondo ordinario lo era eccome, ma si era aperta ad un altro livello di percezione, in cui la realtà andava indagata più a fondo.
Probabilmente, il ragionamento sul pacchetto di cracker poteva essere applicato a tutto ciò che esisteva, e quindi anche a sé stessa, e perfino ai suoi pensieri! Ora stava per sorgere una nuova cascata di considerazioni, e un forte mal di testa; ciò che aveva sentito dire dai maestri, però, è che non avrebbe dovuto ogni volta porsi tutte quelle domande col rischio di rimanere impigliata nella rete della speculazione filosofica, bensì comprendere profondamente il meccanismo della realtà ultima, semplicemente per vivere il quotidiano con maggiore consapevolezza.

Percepire, insomma, una volta per tutte.

La piccola Gaia guardò sua madre con aria colpevole – l’aveva sentita esclamare qualcosa ad alta voce, e pensava di essere stata sgridata – ma Sofia la carezzò subito e le diede un bacio amorevole sulla testa, lasciò scivolare i suoi pensieri, spense il telefono che continuava a trasmettere video, e si mise a giocare con lei.

(Roberto D’Izzia, 31/10/2024)

Immagine di sfondo “Il viandante”, di Roberto D’Izzia AttoreZen (14/02/2023)
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