‘Flow un mondo da salvare’ vince i Golden Globes (e ci indica una possibile Via)

Mentre il grande schermo passa i trailers dei film in arrivo, e mi accingo a guardare “Il Robot Selvaggio” con la famiglia, la curiosità fa vibrare le mie antenne allo scorrere delle anticipazioni di un lungometraggio particolare, il cui protagonista sembra essere un micio nero, in fuga da una sorta di inondazione globale, compagno d’avventure involontario di altri simpatici animali.

È vago, il trailer, appena accennato, ma si intuisce che i protagonisti di Flow non sono antropomorfi o forzatamente eroici, e che la trama si svolge in ambienti per lo più naturali, e già questo mi basta per invogliarmi a vedere il film.
Anche mia figlia rimane colpita dal simpatico gattino, che chiama per nome – come fosse un amico – quando, andando a scuola, incontra la locandina del cinema di paese e tanto basta per approvare definitivamente la visione dell’opera.
Dunque, andiamo a vedere Flow; il sottotitolo italiano è “Un mondo da salvare”, parole sbucate dal nulla, figlie della smania italiana di deturpare le opere straniere con traduzioni e didascalie talvolta imprecise, talaltre addirittura inventate o fuorvianti rispetto al senso dell’opera stessa.

È domenica, sono quasi le quindici, e il Multisala Abbondanza (che ha fornito gentilmente le immagini per questa recensione) si sta riempiendo nonostante l’orario pomeridiano ed il clima avverso, probabilmente perché è un luogo accogliente, mantiene tutto il fascino dei Cinema d’altri tempi e perché ci si sente un po’ in famiglia ogni volta che si varca l’ingresso, e si viene accolti dai larghi sorrisi di chi lo gestisce.

Dicevo, dunque, Flow; film d’animazione che ha vinto il premio ai Golden Globes, sorpassando fra gli altri Oceania 2, Inside Out 2 e il già citato Il Robot Selvaggio (che senz’altro merita qualsiasi premio vogliate, soprattutto tanti, tanti applausi).
I lungometraggi animati cui – ahimè – siamo abituati, paiono fiumi di parole in piena, per lo più farciti di superficialità e battute sprecate, utili secondo la mia umile opinione a rendere più corposa e lunga una qualsiasi sceneggiatura. Parole, parole, parole: uscendo dalle sale, a volte si avverte quel vago senso di fastidio che ci assale nei locali sovraffollati e rumorosi, dove il brusìo sovrasta perfino la voce della persona con cui stiamo provando a parlare, seduta davanti a noi.
Dal punto di vista tecnico e tecnologico, senz’altro sono stati fatti passi da gigante, ma la velocità richiesta dal mercato (vedasi stili comportamentali proposti dei cartoons), e la quantità delle informazioni partorite dagli sceneggiatori, obbligano i disegnatori a realizzare opere virtuose eppur frenetiche, che poco spazio lasciano alla riflessione, o all’emozione, se non quella indotta, e non spontanea.

   Flow, invece, accompagna lo spettatore lungo un viaggio per lo più fatto di miagolii, sciabordio d’acqua e gutturali versi d’animali – animali, per inciso, rari e talvolta particolarmente silenziosi – smorzato, qua e là, da rumori passeggeri più intensi, come quelli d’una tempesta, di oggetti in frantumo o di cetacei dalla forma ancestrale, che saltando fuori dall’acqua lasciano tutti a bocca aperta, spettatori in sala e personaggi stessi.
Il tutto accompagnato da una colonna sonora sapientemente dosata e potente, i cui bassi fanno vibrare il petto e prendono lo stomaco; suoni che accompagnano la visione di panorami mozzafiato pur graficamente meno perfetti dei fondali realizzati dai giganti della Pixar, DreamWorks o simili. Per molti aspetti, vengono più in mente i lavori dello Studio Ghibli, ma… ho poca intenzione di avventurarmi in una recensione tecnica, quindi chiudo subito la parentesi “disegni perfetti Vs emozioni”.

Eppure, volevo dire, nonostante la totale assenza di battute da copione, Flow è un incredibile concentrato di temi esistenziali, per chi ha la fortuna di riuscire a coglierli. Prima di tutto, a discapito del sottotitolo fuorviante italiano, il mondo in cui si svolge la storia non è “da salvare”, ma è già salvo, colmo d’animali e vegetazione, sopravvissuti in un futuro ipotetico alla civiltà umana, di cui si vedono i resti ovunque.
Gli esseri umani non ci sono più, non si sa per quale motivo, anche se si intuisce la loro presenza, perché città disabitate ed opere architettoniche fanno da sfondo un po’ ovunque, abbandonate a sé.
È vero, l’innalzamento repentino dei mari cui si assiste, e che dà motore alla storia, costringe tutti gli animali che vivono su terra ferma a scappare verso le vette più alte, e non per tutti c’è speranza di salvezza, ma più volte viene mostrato il mondo subacqueo, e si rimane estasiati per la quantità e la varietà di pesci che (finalmente) lo popolano.
Le acque si ritirano? Ed ecco gli animali di terra riprendere il loro posto.
Tutto è ciclico, e nessuno si fa troppi problemi, in questo selvaggio mondo naturale; anche il fine vita (verso quale trasformazione?) è accolto con semplici fusa e scambio profondo di silenziosi sguardi consapevoli. Non urla, non pianti.
Diciamo che il grande assente dalla scena è solo Homo Sapiens, e perché lo spettatore accolga serenamente questa premessa, una riflessione sull’impermanenza tanto cara alla filosofia buddhista – nulla resta, tutto cambia – potrebbe senz’altro aiutare; e se lo spettatore è un bambino, può già cogliere questa sfumatura?

Non credo sia un problema, i bambini sono pieni di entusiasmo, amano gli animali e durante il film non mancano momenti di ilarità; credo che basti. Il silenzio in sala durante la proiezione era denso, segno che i tanti bambini presenti avevano colto la profondità ed il divertimento della proiezione.
Altro non serve.

I personaggi del film, come dicevo, sono animali e si comportano da animali, eppure in essi ho visto chiaramente gli archetipi dei comportamenti umani, e le dinamiche descritte nella barca (uno psicodramma, si dice a Teatro: un luogo, unica situazione, unico gruppo di personaggi) sono le medesime che animano le nostre società, che ne siamo consapevoli o meno.
Così c’è il viaggiatore suo malgrado, che pian piano cresce nelle sue capacità fisiche ed intellettive, aperto all’ascolto, umile, altruista, coraggioso e curioso quanto basta per spingersi dove altri non vogliono andare;
il saggio, tranquillo, riflessivo, intelligente, evoluto, silenzioso e timido, che aiuta gli altri, chiunque essi siano, mettendo a disposizione le proprie abilità;
l’egoista, ansioso, rumoroso, ossessivo, passionale, veloce e preciso;
il semplice, di buon cuore, confuso, che gioisce in giochi superficiali e ripetitivi e che si lascia trasportare dalla volontà degli altri (il branco), anche quando commettono azioni violente, a scapito perfino di chi ha scelto per amico;
gli aggressivi, inconsapevoli, poco lungimiranti, rumorosi e concentrati solo sul proprio fabbisogno ed inconsapevoli dei danni che fanno nei confronti della comunità, e verso sé stessi;
lo spirito guida, colui che conosce la via, oramai distaccato dagli altri pur essendo altruista, concentrato sul suo obiettivo, silenzioso, in costante meditazione;
il gruppo, che segue gli ordini del più forte, anche a costo di spezzare le ali ad un compagno.

Neanche a dirlo, ci sarebbero più considerazioni da fare sulle dinamiche dei personaggi, ma non so se siete ancora svegli, e nel dubbio, mi do una frenata…

Il tema più forte di Flow, dal mio personale punto di vista, è quello del Viaggio.
Del gattino non sappiamo da dove viene, né come finirà, esattamente; non sappiamo neanche se Flow è un termine dedicato proprio a lui, dato che nessuno parla; la Teoria del Flowo (Teoria dell’esperienza ottimale, pubblicata nel 1975 dal dottore in psicologia Mihaly Csikszentmihalyi) potrebbe riguardare il grande uccello guida, se consideriamo che la chiusa del film è uno stacco su quello, animale che scopriamo voler raggiungere una sorprendente – quanto inspiegata – trascendenza.
Chissà.
Ciò che abbiamo affrontato con il simpatico micio è un viaggio verso le montagne più alte del mondo, in fuga dall’acqua, attorno a lui, vicino a lui, dentro di lui.

Ma… ne siamo certi?

Se la barca su cui sono arroccati animali di specie diverse, fosse la metafora della nostra vita, sarebbe facile (per dire) chiedersi quale di questi animali potrebbe essere uno di noi e a cosa serve tenere i comportamenti che ci ostiniamo a reiterare quotidianamente, a che punto del viaggio verso la trascendenza ci troviamo, se stiamo andando da qualche parte o navighiamo a vista, se guidiamo o no la nostra barca o s’è spezzato il timone lasciandoci in balìa delle nostre emozioni come nel temporale che si abbatte su Flow, se abbiamo compreso il valore dell’interdipendenza così ben esposto durante il  film (tutti hanno bisogno di tutti, tutti sono uguali nella diversità), se siamo capaci ancora di imparare una qualsiasi cosa e migliorare, e se abbiamo compreso che l’equanimità è un valore che può, questo sì, salvare il pianeta.

Fino al prossimo innalzamento dei mari.

Roberto D’Izzia (12/01/2025)



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