Riflessione semi-seria sulla morte.

p.s.: prima o poi dovevo scriverne, ma meglio prima, che non si sa mai.

L’instancabile sforzo con cui arranchiamo dovrebbe allontanare l’idea della morte.
Non la morte vera e propria, ma la sola idea che esista; simpatico ossimoro, l’esistenza della fine dell’esistenza. Fine, chiaramente è un termine convenzionale, lo sappiamo tutti.
Dicevo, arranchiamo per allontanare quell’orizzonte; poi, quotidianamente ci investe l’ineluttabile verità della materia e la scenografia che abbiamo montato per la nostra commedia si sgretola miseramente, alzando un tragicomico polverone.
In natura, la morte di un essere lascia poco tempo per commoventi commiati: qualche guaito, qualche gesto d’affetto verso la carcassa, una riunione momentanea del branco. I casi più eclatanti di dolore empatico post mortem sono adducibili ad esemplari che si abbandonano alla depressione e smettono perfino di mangiare, ma ritengo che ciò accada soprattutto quando questi animali sono costretti in pietose gabbie, e non in libertà.

Gli umani, invece, di fronte alla morte reagiscono nelle maniere più disparate e complesse, da millenni, forse proprio a causa della complessità della loro condizione evolutiva; diciamola in modo più schietto, più ci si ingarbuglia con il pensiero, più si fantastica sulla morte propria e degli altri… e meno la si accetta.

Dunque, c’è chi affida ad un regno ultraterreno la propria anima – così chiamano il soffio vitale – nella speranza che giudici onniscienti decidano per essa l’eternità più misericordiosa possibile. Teoria che implica fattori disparati da comprovare, fra cui l’esistenza di una propria anima separata dal tutto, l’esistenza di luoghi altri in cui quest’anima possa risiedere e godere di determinate sensazioni e, soprattutto, l’esistenza di giudici onniscienti infallibili.

C’è chi elabora a modo proprio teorie complicatissime e raffinate sull’immortalità del continuum mentale, e trova un certo sollievo al pensiero (già, il pensiero…) che questo passi di vita in vita, portandosi dietro salvifici meriti che rendano tutto più facile, strada facendo. Dunque, si muore e poi si rinasce infinite volte, fino a quando ci si libera del tutto da pensieri (già, i pensieri…) perturbanti, ed allora ci si appresta ad una vita di luce, distaccata, in armonia con l’universo. Una giostra cosmica molto intrigante anche se, vista così, presenta le medesime lacune della teoria precedente, a partire dall’esistenza di un proprio sé (chiamalo continuum mentale, chiamalo anima, ma gettiamo le maschere e riveliamo che sempre di ego si parla) separato dal tutto.

C’è chi si abbandona alla totale noncuranza della propria esistenza, scacciando la paura della morte e del dolore minuto dopo minuto, ora dopo ora e così per un’intera vita, come se restare in superficie possa in qualche modo cambiare le regole del gioco.
Come se far del male agli altri e fare del male a sè stessi allunghi la vita. E su questa cosa credo che molti di noi debbano meditare, data la valanga di malevolenza che inonda i cosiddetti social network.

Chi piange, tanto; piange sempre per i morti e per sé stesso, e non si dà pace per entrambi.
Chi con i morti parla tutti i giorni, chi li venera ossequiosamente, chi ne conserva vestiti e suppellettili perché non riesce proprio a buttarli.
Chi si pente per quanto crede di aver sbagliato nei confronti di un ormai defunto, ma stenta a correggere i medesimi errori nei confronti di quelli che ancora vivono, e lo circondano.
Chi vede le anime dei morti e chi parla con esse, ma solo se i morti in questione appartengono ai propri cari, oppure a clienti paganti; buio e silenzio alquanto sospetti per altri miliardi e miliardi di trapassati del mondo, pur meritevoli di attenzione.

Foto di Gordon Johnson da Pixabay

I funerali, poi, sono tutti diversi.
Qualcuno prega, ma non sa esattamente con quale finalità, qualcun altro prega convintissimo, qualcuno piange in silenzio, qualcun altro parla per ore ed ore. Giorni e giorni.
C’è chi festeggia, chi danza, chi si veste di nero e fa suonare cupi rintocchi dal campanile del proprio luogo di culto, caricando il colore nero ed il bel suono della campana di significati nefasti e dolorosi.

Infiniti modi di reagire alla morte, eppure la realtà è inconfutabile, una ed una soltanto: in quanto esseri viventi nasciamo, invecchiamo e moriamo.
Invecchiamo, si intende, già dopo esser nati, poiché i nostri corpi non sono statici, immutabili, fermi su simpatici fotogrammi, ma si trasformano, consumano e si consumano istante dopo istante, inesorabilmente.
Ogni essere umano esistito nella storia è nato e, ad un’età casuale e per un motivo casuale, è anche morto. L’età media dei decessi può essere riconducibile a statistiche che, più o meno, ci ricordano che nessun suddito di Cesarione oggi ci può spiegare a parole proprie com’è avvenuta la caduta dei Tolomei.

Il dolore spaventa molti, ma di questi spaventati dal dolore quanti si preparano fisicamente, mentalmente e spiritualmente alla propria naturale decadenza?
Lamentarsi quotidianamente ed aver paura della morte senza agire per migliorarsi e migliorare il mondo attorno, e magari alimentando atteggiamenti autodistruttivi, è come trovarsi su una nave da crociera che sta affondando e restare chiusi nella propria cabina ad aspettare che l’acqua arrivi alla gola, anziché salire in fretta le scale, uscire sul ponte e tuffarsi in mare aperto, aiutando anche gli altri a fare lo stesso.

Comprendere con lucidità di pensiero che il viaggio è di sola andata, al di là di ogni filosofica e suggestiva ipotesi, può aiutare ad usare un po’ meglio il tempo, a creare o rivedere la propria scala di valori, ad essere più leggeri, a nutrir radici anziché comprare fiori di plastica, cercare fattori d’uguaglianza e cancellare confini.
Il viaggio è di sola andata per tutti, ed è equo: non esiste l’età giusta per andarsene, non esiste il modo giusto per andarsene.
Giusto e sbagliato, presto o tardi sono valutazioni emotive avallate da ingarbugliamenti mentali; se credessimo in una morte più giusta di un’altra, dovremmo sottostare alla difficile costruzione di un’architettura cosmica secondo cui qualcuno o qualcosa fuori dalla nostra realtà decide premi e punizioni, e invia messaggi ai vivi tramite la morte dei loro cari. Una tesi complicata da sostenere.

Penso che il viaggio sia di sola andata senza spiegazioni,
se non che l’Universo tutto si comporta così, e noi ne facciamo parte;
nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma,
e come chiusa teatrale per questo mio inspiegabile articolo, direi che va bene così 😉

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