una rana che salta nello stagno

L’impermanenza, l’illusione dell’essere ed il SEGRETO della VITA (Tsè, qui non si scherza!)

Dove finisce un fenomeno che ricordiamo, ne comincia un altro che prima o poi deve finire, e via così.
Ed ecco che ci si pone davanti, con tutta la sua semplice fattualità, l’ineluttabile concretezza dell’impermanenza: ogni fenomeno si dissolve nel tempo poiché è soggetto a trasformazione.

Quanti di noi hanno apprezzato una particolare piazza della propria città, tanto da trascorrere in quel luogo allegre serate in compagnia, fino a scoprire che, a seguito di decisioni incomprensibili, qualcuno l’ha totalmente smantellata e “riammodernata”, deturpandola – ai nostri occhi, ma non a quelli dell’incauto progettista – irrimediabilmente?
Oppure, a quanti di noi sarà capitato di tornare in un paese dopo vent’anni o più, portando con sé carichi di ricordi ed aspettative, e rimanere scioccati dall’incredibile trasformazione avvenuta in quel luogo durante la nostra lontananza? Già, perché laddove verdeggiava un bel boschetto, ai bordi d’un piccolo lago, dove da ragazzini si giocava ai primi spensierati amori, ora magari sorgono quattro palazzi cubici senza il benché minimo senso estetico, i bei viali alberati dove orchestravano canti d’uccelli hanno lasciato il posto a strade intrecciate ed ansiogene, piene di semafori e, soprattutto, di traffico. Palazzi, palazzi ovunque. Enormi. Condomini. Appartamenti senza negozi vicino quindi, senza vita sociale. Quartieri dormitori.

E poi…

E poi si incontra un amico, lo specchio della nostra età, non più fresca.
Argomenti scelti per una bella chiacchierata? Problemi di lavoro, problemi di salute, problemi in famiglia. Figli, a volte addirittura nipoti.
Al ritorno verso casa, si legge accidentalmente una notizia su qualche decesso famoso.
Quel regista, quel compositore, quella cantante, quell’attore, quella scrittrice che tanto ha influenzato gli anni della nostra crescita.
Poi, un’altra notizia simile, e un’altra.
Magari, una persona a noi vicina – un parente? – decide di lasciare la vita terrena, e per noi sembra una doccia fredda anche se da tempo era evidente ogni sorta di segnale che un tale evento dovesse accadere. Evidente sì, ma non ai nostri occhi offuscati dalla routine, probabilmente.

Ed ecco che ci si pone davanti, con tutta la sua semplice fattualità, l’ineluttabile concretezza dell’impermanenza: ogni fenomeno si dissolve nel tempo poiché è soggetto a trasformazione.
Vale per i fenomeni fisici cui assistiamo o siamo immersi, tanto quanto ciò che pensiamo, o le emozioni che proviamo.
Meglio dire, che crediamo di vedere e provare, ma di questo parliamo fra poco.

Dunque, un moto perpetuo, una continua ed inarrestabile trasformazione che, forse per cultura imposta, immaginiamo a compartimenti stagni, singoli fotogrammi di esistenza: progettazione-costruzione-distruzione di una casa, nascita-crescita-vecchiaia-morte degli esseri viventi, primo giorno di scuola-interrogazioni-studio-esami-fine scuola, mi piace una cosa-non mi piace più (innamoramento e disillusione, li chiamano).

Dove finisce un fenomeno che ricordiamo, ne comincia un altro che prima o poi deve finire, e via così.

Completamente diverso sarebbe vedere il tutto come divenire fluido, soprattutto rendendosi conto che il concetto di fine in natura è improbabile da sperimentare poiché, come ci dice anche la legge di conservazione della massa di Lavoisier, nulla si crea nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Quali sono le implicazioni umane di questa visione?
Tradotto nel quotidiano, comprendere tale flusso continuo cosa comporterebbe?

Sapendo che noi stessi siamo nel flusso dell’impermanenza, potremmo cominciare a chiederci quante delle preoccupazioni che ci affliggono quotidianamente sono basate su fattori eterni, e quante invece possono essere affrontate con una serenità maggiore perché, prima o poi, destinate a passare.
Ops, intendevo, a trasformarsi.

Stesso discorso, ovviamente, vale anche per ciò a cui siamo tendiamo ad affezionarci o che ci infastidiscono: oggetti, emozioni, luoghi, situazioni, persone.

Passano, prima o poi, così come le abbiamo conosciute, avute, comprate, viste… e cambiano.

Nel bene o nel male, tutto cambia, l’attaccamento (brama, viene definita dal buddhismo) e l’avversione portano con sé solo spiacevoli conseguenze; se siamo davvero convinti che i fattori esterni non cambino, a cambiare siamo senz’altro noi, nel tempo, quindi è un gran peccato farsi del male per soddisfare aspettative rosee a tutti i costi.

Mi viene in mente l’incidente nucleare di Fukushima Dai-ichi dell’11 marzo 2011: nonostante misure di sicurezza che avrebbero contenuto, oltre ad inconvenienti interni, anche danni da terremoti e maremoti, la centrale nucleare di Fukushima subì uno tsunami di circa 13 metri (i muri di cinta erano costruiti per bloccare onde da 9 metri!), nato a seguito di un terremoto straordinario, e una serie di eventi a catena inimmaginabili fu l’incredibile causa di inevitabili esplosioni; ci furono perfino le autostrade bloccate, con conseguenti ritardi per i soccorsi…
Tutto è impermanente.

Perfino le stelle che tanto romanticamente ammantano il nostro cielo notturno.
Certo, le fucine atomiche stellari restano attive per tempi siderali incomprensibili alla nostra percezione quotidiana – accennare a miliardi di anni è sempre un po’ complicato – ma, prima o poi, anche le reazioni a catena che le tengono attive vedono rallentare il loro scatenato ballo; le stelle implodono schiacciate dalla loro stessa gravità, poi esplodono, possono diventare addirittura buchi neri, ma sono comunque destinate a non brillare più, in un modo o nell’altro.
La loro energia si trasforma.
Se si trasforma una stella grande quanto centinaia di pianeti come la Terra, come possiamo avere l’arroganza di non trasformarci noi?
Oppure, e la cosa devo ammettere che un po’ mi fa sorridere, pretendere che il prezzo del caffè, della benzina o della spesa rimangano i medesimi nonostante conflitti mondiali, assetti economici internazionali nel caos e speculazioni finanziarie fuori controllo.

Il mondo cambia, poiché tutto cambia, ma la domanda è: noi sappiamo cambiare?

Stiamo al passo col presente, col qui ed ora, oppure manteniamo un ruolo teatrale che ci siamo cuciti addosso chissà quanto tempo fa, in chissà quale circostanza?
Dunque, la domanda successiva che mi vien spontanea è: quando si crea ciò che crediamo essere la nostra personalità attuale?

L’imprinting che subiamo nei primi anni della nostra esistenza è senz’altro fondamentale nel processo di formazione e sviluppo della personalità; detto in parole più comprensibili, tutto ciò che impariamo da bambini, e poi da adolescenti ci permette di gettare le basi per il nostro comportamento futuro.
Tutto facile, no?
Non proprio.
Le neuroscienze, grazie a sofisticate tecniche di neuroimaging continuano a scoprire quanto il cervello umano sia elastico e capace di apprendere a qualsiasi età ed in qualsiasi situazione, contro la vecchia credenza che superato un certo stadio di crescita non resti altro che attendere il declino.

Non dimentichiamoci che filosofi antichi, studiosi, saggi di ogni generazione e cultura, hanno posto l’attenzione sul processo di cambiamento dell’essere umano nel tempo; come a dire che abbiamo sempre intuito quanto il segreto della vita stia nella percezione della vita stessa, della sua evoluzione momento per momento, del fiore che sboccia o della frana, delle rughe sul viso o delle gocce di brina al mattino sui fili d’erba, ma ci ostiniamo a coprire questa semplice realtà con un velo di bugie, create da noi stessi ad arte, con cui giustifichiamo le peggiori azioni, e che chiamiamo personalità, ricordi, carattere, destino.
C’è chi – e sono milioni, anzi miliardi gli esseri umani che lo fanno – si affida a divinità ultraterrene ed onniscienti per dare un senso a ciò che accade nel quotidiano, tralasciando incredibilmente la percezione della propria esistenza, con tutte le conseguenze che essa comporta.
In nome di queste presunte divinità gli uomini più potenti del mondo possono, oggi, Febbraio 2025, perpetrare guerre e deportazioni, addivenendo così gli uomini più pericolosi del mondo e divulgatori di odio, malessere ed energia negativa a livello planetario.

Come avrete notato, nelle ultime righe ho implicitamente associato la personalità al cervello, come se tutta l’incredibile esperienza umana fosse racchiusa in una piccola scatola cranica; ovviamente, non credo che il funzionamento dell’essere umano sia così intuitivo da stabilire che, sì, è tutto lì, ma diciamo che novanta miliardi di neuroni con un numero di sinapsi (connessioni) possibili che ricorda per quantità il numero di stelle fino ad ora ipotizzabile nell’intero universo conosciuto, non può essere declassato ad una massa di filamenti inutili ed affamati di zucchero.
Noi esseri umani siamo forniti di tutti i mezzi per vivere la quiddità senza paura e con intensità, ma vestiamo il quotidiano di concetti astratti, e su questi portiamo avanti le nostre esistenze; la nostra personalità si forma negli anni, alimentata da molteplici fattori (famiglia, scuola, influenze e stimoli sociali), e dalla nostra stessa inconsapevolezza; concetti astratti modellano personalità che vivono creando altri concetti astratti.
Un bel circolo vizioso, verrebbe da dire.

Sarò un po’ controcorrente, ma mi fa tremare l’idea che i più stimati pionieri della psicanalisi del secolo scorso siano stati in realtà in balia delle loro stesse menzogne, che milioni di persone poi le abbiano accettate e venerato loro come portatori di verità.

Come uscire dall’impasse? Beh, innanzitutto, rendersene conto è già un gran bel traguardo. Poi, studiare, esercitarsi, non accontentarsi di quanto visto, ascoltato e pensato da sempre; passo successivo, la ricerca e la crescita individuale.
Difficile, ma importante.

E poi, cosa volete che vi dica… sempre sperando che siate giunti fino a qui con la lettura, e che non vi siate addormentati a metà articolo, sappiate che non ho scoperto ricette per la felicità, la realizzazione o l’illuminazione e, a dispetto del titolo, non credo di essere il primo essere umano della storia ad aver capito il segreto della vita.

Un fiore, lo sciabordio dell’acqua fresca, una rana che salta nello stagno: chi è alla ricerca spasmodica di un segreto da cogliere, può tranquillamente sedersi in riva ad un fiume, al pomeriggio tardi, in ossequioso silenzio.

per la foto di copertina di questo articolo:

Foto di SimoneVomFeld da Pixabay

2 Comments

  1. Bellissimo articolo! Riflessioni rare in tempi in cui il pilota automatico delle cervello continua a dare per scontato le cose in modo sempre più preoccupante per la storia umana… Il cervello funziona per risparmio energetico si sa, per questo si procura un Ego in grado di reiterare solo la propria zona di confort… Tali distorsioni cognitive ci rendono da sempre inconsapevoli di ciò che è davvero l’esistenza! Categorie mentali come lo spazio e il tempo riducono la nostra narrativa su credenze e racconti limitati e superficiali… ecco che come dice Roberto non ci rendiamo conto del Flusso: il divenire potenziale che il Pensiero genera nello spazio della mente, poiché, infatti, è solo il pensiero che esiste! E il pensiero è un continuum in relazione con l’intera psiche. Ebbene, oltre al fatto che tutto passa, che tutto è deperibile, l’impermanenza significa che ogni cosa dipende da un’altra cosa! Non c’è nulla che sia autonomo o esistente intrinsecamente solo dal suo lato, tutto è formato da pezzi di altre cose; ognuno di noi dipende dall’altro…
    Comprendere questo come sottolinea Roberto è il segreto della vita, a quel punto può divenire una panacea per la nostra felicità solo nel momento in cui decidiamo di goderci unicamente il presente, ogni istante di quel flusso, di cui perderemo inevitabilmente i pezzi, ma di cui ne può rimanere l’esperienza, la memoria, cioè il significato! Questo vuol dire essere vivi!!! E poiché esiste solo la relazione, se noi dipendiamo dagli altri e se noi siamo speculari, se le miei gioie e sofferenze sono le tue, allora che senso ha farci del male? Se esiste solo la relazione… l’unico modo di vivere secondo natura è l’Amore! Questa è vera saggezza!
    Grazie Roberto…

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    1. Beh, prima di tutto, grazie a te per averci lasciato il tuo commento, piuttosto denso.
      Ci conosciamo (mi hai detto chi sei, anche se qui il commento risulta anonimo), e sai bene che scherzo se parlo di verità; chi di noi ha la verità in mano?
      Sicuramente, la via verso l’acquisizione (o la riscoperta) di una saggezza legata alla sfera naturale nonché fattuale ed immediata – cosa facciamo? Perché? Da cosa dipende? – mi trova più sereno e predisposto rispetto a complicate concettualizzazioni ed archetipi di stampo culturale.
      Può essere super-argomento per una prossima video chiacchierata, chissà…

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